lunedì 29 febbraio 2016

Il Ciclope - Paolo Rumiz


Una delle cose belle del lavorare da casa è quella di potersi preparare il pranzo e godersi una pausa pranzo tranquilla. Per me è diventato una sorta di rituale: chiudo l'ufficio, scendo la rampa di scale che mi separa da casa, metto su l'acqua per la pasta, taglio un po' di verdura, invento un sugo da cinque minuti di cottura, apparecchio tavola, mi siedo e accendo la TV. Allontano il cellulare, tengo d'occhio il cane e mangio, in silenzio, guardando Pane Quotidiano, la trasmissione di Rai Tre condotta da Conchita De Gregorio e tutta dedicata ai libri. 

Grazie a questa trasmissione, ho fatto meravigliose scoperte, la più bella delle quali è stata Gipi (lo conoscevo già come disegnatore, ma ero ignara della sua grandissima intelligenza e sensibilità). La scoperta bella di poco tempo fa è stato Paolo Rumiz. Come spesso mi succede, sapevo chi fosse Paolo Rumiz, vedevo scaffali pieni di suoi libri in libreria, credo mi sia capitato anche di leggere qualche suo articolo su Repubblica, ne avrò visto qualche intervista in tv, ma non è mai scattato quel click che mi faceva venir voglia di approfondire. 

Il click è scattato così forte, qualche giorno fa, da spingermi a salire in macchina e andarmi a prendere il suo libro, con un'indicibile urgenza, quasi non potessi più farne a meno. Il libro presentato nella trasmissione è Il Ciclope, il cui lo scrittore racconta di un suo soggiorno di tre settimane in un faro, su un'isola deserta. Senza telefono, né tv, né computer, né internet. Solo con i faristi, un asino guercio, la natura selvaggia e il meteo a farla da padrone. In una piccola isola in mezzo al mare, dove "il meteo ti sbatte al centro di un universo senza pace". Era come se fosse stato scritto per me. Era esattamente quello di cui avevo bisogno, in quel preciso momento.

Rumiz è un grandissimo viaggiatore e il diario dei suoi giorni sull'isola si intreccia ai racconti di viaggi in luoghi lontani, di visite ad altri fari ad altre latitudini, a episodi storici e leggende degli uomini di mare. Ma il soggiorno nel faro è anche uno spunto per riflettere su sè stessi, scavando dentro di sè senza distrazioni e interferenze, sulla vita di oggi, sul mondo e su cosa siamo diventati. Voglio regalarvi alcuni passi che mi hanno fatto pensare tanto. 

"Cose che capitano nella solitudine di un'isola. Pensieri nuovi. Voci che ti dicono che il peggio non è tanto essere sull'orlo del disastro, ma il non accorgersi di esserci. Qualsiasi animale sente l'approssimarsi del pericolo. Noi non più. Siamo così narcotizzati e distanti dalla natura da non sentire che cemento e discariche, camorra e veleni ci assediano. Viaggiamo tranquilli in mezzo a penitenziari di animali pazzi e pieni di antibiotici, gabbie di reclusi pigolanti dove non fa mai notte, e non vediamo Nacht und Nebel che avanzano, a passi smisurati, come Gog e Magog. Capiremo solo quando non ci sarà più niente da fare. Se domani il cielo fosse vuoto di passeri, ci metteremmo settimane a realizzarlo. Se un giorno il fiume sparisse da sotto i ponti del nostro paese, non lo noteremmo. Siamo pieni di paure, certo, ma paure di cose senza significato, e le paure a vuoto si chiamano paranoie. Ci manca il timore vero, quello supremo. L'orrore di noi stessi, incapaci di sentire il grido della natura che boccheggia e dice: "Basta". 

E ancora. 

"Sì, c'è movimento in cielo, questa notte. Anche la mia metamorfosi si sta completando. Vi hanno contribuito il vento, il martellare dei frangenti, la solitudine, l'assenza di noie. Ma a restituirmi il tempo è stato soprattutto il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet. Le mie giornate duravano il doppio. Dimostravano il mostruoso furto perpetrato dal web. L'assenza di navigazione nel ciberspazio svelava gli orizzonti illimitati della navigazione in mare, e anche quella dentro me stesso. Sono ridiventato padrone del tempo."

E per finire. 

"Sono i momenti in cui vento, mare e terra raggiungono un buon equilibrio; pause benedette dove, nel silenzio, senti la voce del tuo corpo - la pelle, i piedi, il fegato, il cuore, la schiena, le spalle - ringraziarti della tregua che gli hai concesso, e ti accorgi che la mente, affrancata dall'obbligo sociale di esprimere pensieri intelligenti, si riprende il diritto di errare dove capita o sovraintendere alla piccola manutenzione animale: togliere gli ultimi granelli di sabbia tra le dita dei piedi, stiracchiarsi come i gatti, appoggiare la vecchia schiena contro una pietra scaldata dal sole."

Questo libro m'è venuto a cercare perché ne avevo bisogno, ne sono sinceramente convinta. E sono felice che lo abbia fatto. Se vi sentite inquieti, come me, se vi sentite inadatti, un po' matti, fuori posto, se siete in cerca di qualcosa, vi consiglio di leggerlo. Non vi fornirà soluzioni, ma innumerevoli spunti di riflessione. 

venerdì 26 febbraio 2016

Mi piace quando Vero preme play: l'amore

Buongiorno, amici belli! Come state? Qui è un venerdì di sole, che sembra però preludere a un fine settimana con la neve. Io pensavo già a sandaletti e primavera, ma cercherò di farmene una ragione. Intanto, il mio motivo di felicità ce l'ho: torna Vero, si siede sul divano e ci racconta di musica. Anzi, a ben vedere, se ne sta fuori in macchina, ma sembra comunque divertirsi un sacco! Buona lettura del post e - mi raccomando - non perdetevi il video!!!

Amici,
per il momento play di questo Febbraio, mese dell’amore ma anche no, mi sono sentita libera di esprimermi in maniera caotica riguardo a quello che l’amore è per me attraverso tre delle canzoni che amo di piu’.

Se l’amore è Magia allora Nick Drake con Northern Sky, riesce a farci capire con le sue liriche originali e mai banali, come l’emozione del cadere in amore sia, specialmente nei primi momenti.


Se l’amore è Mancanza allora le lacrime di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs nel video di Maps danno alla canzone una connotazione completamente personale ed emotiva. Vi ricordate? Ne avevamo già parlato.


Se l’amore è Memoria, Leonard Cohen con la sua Chelsea Hotel n.2 riesce a farci entrare nel suo cassetto dei ricordi narrando di un amore consumatosi nei corridoi di quel rinomato hotel. Che poi, avreste mai pensato voi che la canzone fosse dedicata a…?


Non vi resta che premere play e poi play e poi, di nuovo, play.


mercoledì 24 febbraio 2016

Leggermente: I prati di Vivian

Ho iniziato cento volte quest'introduzione e cento volte l'ho cancellata, perché mai mi sembrava all'altezza. Mi limiterò a dire che torna Leggermente, che parla di poesia e che è perfetto. Buona lettura e, come sempre, grazie Elena per la bellezza. 

Non so a cosa sia dovuta, questa ritrovata passione per la poesia. 
So solo che è tornata.
Forse dipende da una difficoltà a leggere in modo regolare di cui parlo già da tempo, forse è semplicemente un periodo così.
Il libro di oggi mi accompagna dal mese scorso, mi è stato regalato per il compleanno da Nessie (amica dispensatrice di preziosissimi consigli letterari della quale ho scritto spesso), ogni volta che lo apro mi porge un piccolo dono e mette l'accento su qualche parte di me che avevo spinto un po' più in là.




La musica che ho scelto mi pare perfetta, è legata a due concerti dove sono stata qualche anno fa a distanza di pochissimo tempo l'uno dall'altro e mi fa pensare alle cose che più amo: i boschi, le passioni silenziose, le meraviglie delicate. In questo pezzo, però, trovo sempre anche un pochino di angoscia.

La raccolta di poesie di Vivian Lamarque di cui parleremo insieme qui mi fa lo stesso effetto della canzone dei Daughter.




La Signora nel Bosco, per esempio dice così:

"Sembrava un bosco facile, con a destra e sinistra gli alberi, e in
mezzo un bel sentiero al sole e all'ombra.
Sembrava un bosco da attraversare lievemente, guardando in
alto i grandi rami che si dividevano in rami medi che si divide-
vano in rami piccoli e piccolissimi.
Sembrava un bosco facile, ma quella signora non riusciva a
uscirne più.
Il cuore le batteva a mille a mille, il sentiero era finito su se 
stesso, la notte stava per calarle addosso come una montagna".


Io credo di averlo perso il conto delle volte che mi sono sentita così: appassionata, leggera e poi improvvisamente fregata e persa in situazioni che credevo di avere scampato e che, invece, si erano presentate puntuali avviluppandosi su se stesse fino a stritolarmi.



"La paura era diventata così grande che bisognava ormai risponderle, esserci, prepararsi fermamente al disperato raduno delle forze".
Che lezione!
Da quando ho imparato, anzi, da quando ho cominciato a provare a rispondere alle mie paure, ad ascoltarle e non più solo a viverle passivamente, la mia vita è decisamente migliorata, dipendendo finalmente da me e non da qualcuno o da qualcos'altro.
Ecco cosa, giorno dopo giorno, mi sta lasciando questo piccolo libro dalla copertina (per me) piena di significato: minuscoli insegnamenti quotidiani, nuovi punti di vista che possono sembrare scontati ma non lo sono affatto, soluzioni inaspettate, comprensioni necessarie.



Scegliere la citazione non è stato semplice, e, visto che all'interno del post ho riportato diversi brani non propriamente spensierati, ho deciso di selezionare una frase che mi riempie il cuore ogni volta. Eccola:

Guarda: questa notte hanno pettinato un prato.

martedì 23 febbraio 2016

Girl Tuesday: Zadie Smith

Qualche giorno fa, per puro caso, mi sono imbattuta in una pesantissima catfight tra due blogger che si insultavano a distanza. Ciascuna era sostenuta da un gruppo di fan, tutte rigorosamente donne, che - disposte in una sorta di cerchio virtuale - applaudivano e gridavano insulti idioti, la maggior parte dei quali, guarda caso, di tipo fisico. Si tratta di una di quelle cose che disprezzi, ma dalle quali - per uno strano meccanismo di fascino perverso - ti trovi a non riuscire a staccarti. Un po' come le canzoni di merda alla radio, gli incidenti per strada o le liti tra vicini di casa. E' più forte di te. 

Nel vedere, per quanto solo virtualmente, questo becero azzuffarsi (avrei potuto usare la parola pollaio, ma amo troppo le galline per associarle a tale scenario), sono passata attraverso vari sentimenti: incredulità, disgusto, tristezza, e soprattutto voglia di ricordare che le donne sono altro. Voglia di ricordarmi quanto io ami le donne, quanto siano incredibilmente, assolutamente, meravigliosamente dotate di qualità superiori, anche se molto spesso se lo dimenticano. E anche ovviamente, dolcemente complicate, sempre un po' emozionate, quella roba lì, insomma. 

Nel fare ciò, ho realizzato che praticamente tutte le mie icone sono donne, allora ho voluto provare a seguire il suggerimento di Austin Kleon in Steal Like An Artist e appendere alle pareti dello studio le foto dei miei idoli. Ora, le pareti del mio studio sono ormai tutte occupate, allora le foto le appendo qui, perché è come se fosse casa, no? Del resto, anche Giada Carta, in una sua mail di qualche giorno fa, suggeriva di lasciarsi ispirare dalle altre donne. E quindi ecco una sorta di santuario, moodboard, galleria di punti di riferimento, simil-bacheca di Pinterest, chiamatela come volete voi. 

Io la chiamerò Girl Tuesday, sarà una nuova rubrica, una donna alla volta, con cadenza assolutamente casuale. La prima persona che mi è venuta in mente, nel pensare a chi metterci in questa rubrica, è Zadie Smith: non potevo iniziare che con lei. Una donna bellissima, con uno stile fantastico, intelligente, il genere di icona che tutte noi dovremmo avere. Lei è davvero uno dei miei più grandi punti di riferimento e sarei felice di avere un centesimo del suo stile e un millesimo del suo talento. 

La amo perché ha uno stile fantastico: 





Perché ha scritto 10 consigli di lettura, che si possono applicare a ogni lavoro e quasi a ogni campo della vita: 

"1. When still a child, make sure you read a lot of books. Spend more time doing this than anything else.
2. When an adult, try to read your own work as a stranger would read it, or even better, as an enemy would.
3. Don’t romanticise your “vocation.” You can either write good sentences or you can’t. There is no ‘writer’s lifestyle.’ All that matters is what you leave on the page.
4. Avoid your weaknesses. But do this without telling yourself that the things you can’t do aren’t worth doing. Don’t mask self-doubt with contempt.
5. Leave a decent space of time between writing something and editing it.
6. Avoid cliques, gangs, groups. The presence of a crowd won’t make your writing any better than it is.
7. Work on a computer that is disconnected from the ­internet.
8. Protect the time and space in which you write. Keep everybody away from it, even the people who are most important to you.
9. Don’t confuse honours with achievement.
10. Tell the truth through whichever veil comes to hand — but tell it. Resign yourself to the lifelong sadness that comes from never ­being satisfied."

Perché ogni sua citazione, è un concentrato di saggezza:

“Stop worrying about your identity and concern yourself with the people you care about, ideas that matter to you, beliefs you can stand by, tickets you can run on. Intelligent humans make those choices with their brain and hearts and they make them alone. The world does not deliver meaning to you. You have to make it meaningful...and decide what you want and need and must do. It’s a tough, unimaginably lonely and complicated way to be in the world. But that’s the deal: you have to live; you can’t live by slogans, dead ideas, clichés, or national flags. Finding an identity is easy. It’s the easy way out.”

Perché la ascolterei parlare per ore:


E voi, ditemi, quali sono le vostre icone? A chi vorreste assomigliare? 

venerdì 19 febbraio 2016

Wishlist del venerdì

Buongiorno! Come state? Io così così, sono arrivata finalmente alla fine di una settimana complicata, speriamo che il weekend lavi via i pensieri pesanti e lasci solo un po' di terapeutica leggerezza. Ne avrei tanto bisogno, ecco. 

E in tutta questa ricerca di leggerezza, quale miglior modo per staccare la testa e allontanare i pensieri cupi che fare un po' di sano shopping? Insomma, è arrivato il momento di una wishlist del venerdì piena di desideri e di cose belle. 

1. Per quanto sono andata avanti a dire che voglio andare a Coachella, che figata il festival nel deserto, uh i gruppi che ci sono, no ma io devo assolutamente esserci almeno una volta nella vita? Dimenticatelo. Adesso ho un sogno nuovo. Voglio andare al Secret Solstice 2016, un festival che si tiene in Islanda in occasione del solstizio d'estate. In Islanda. Al solstizio d'estate. L'unico particolare è che, tra i nomi in cartellone, conosco solo gli Of Monsters And Men. E vabbè, si può mica volere tutto dalla vita, no? E poi sogno l'Islanda da una vita, quale miglior occasione per andarci? Quindi ciao ciao, Coachella, posso vivere senza di te (fino ad aprile, quando vedrò i video dell'edizione 2016 e ricomincerò a mangiarmi le mani). 


2. E a un festival così, vuoi non andarci con una borsa fighissima? Dai, che figura vuoi fare? Allora sarebbe perfetta la borsa che Giulia Sagramola ha realizzato per le ragazze di Band Loch, alla quale faccio il filo già da un po' di tempo. E' bellissima, ovviamente, ed è un inno in sostegno dell'handmade, cosa in cui credo fortemente. Quindi, quasi quasi me la compro anche se non vado in Islanda. No?

PS: voi conoscete Giulia Sagramola, vero? Io la seguo da tempi immemori, sfoggio fieramente una borsa sua da anni, amo intensamente il suo lavoro e ho in wishlist - da troppo tempo - il libro da lei pubblicato quest'estate. Se non la conoscete ancora (è impossibile, lo so), date un'occhiata al suo lavoro, merita davvero. 



3. E cosa ci vogliamo mettere dentro quella borsa? Dai, se mi conoscete, rispondete al volo. Sì, avete indovinato: un libro. Anzi, mettiamocene dentro qualcuno di più, che tanto c'è posto. Oltre a quello di Giulia, citato sopra, in questo periodo vorrei tanto queste graphic novel qui sotto. Perfette per le pause tra un cantante e l'altro, lassù in Islanda, no? Ma anche per stendersi sul divano qui in Italia, neh. 




mercoledì 17 febbraio 2016

Tea for Two

Il bello del Tea for Two è che ti arriva quando meno te l'aspetti, come una telefonata o una lettera da un amico lontano che ti manca tanto, quelle cose che quasi non esistono più e che sono sicura Daria ami tanto. Buona lettura e grazie Daria! 


Chi mi conosce bene sa che per me Lorenzo Jovanotti è un amico. Sapete che Lorenzo mi parla anche nel sonno? Sì, mi è anche capitato che mi desse dei consigli a cui lì per lì non ho badato ma poi cazzo se aveva ragione.

Sarà una questione di energia, non lo so. 

Sarà che pure lui finisce spesso quello che dice aggiungendo “non lo so”. Perché come me non lo sa davvero. 
Fatto sta che ho letto Gratitude. TUTTODUNFIATO. Tra le tante cose che mi hanno colpito e che ho riconosciuto c’era questa:

“ho sentito di appartenere alla schiera di esseri umani che stanno lì dove si scatena la danza, dove la parola è prima di tutto suono, dove la gente si raduna per guardare se stessa in uno specchio che riflette la parte viva, quella che rigenera e cura e lascia indietro la zavorra, i pensieri che ostacolano il fluire della vita. Mi rendo conto che questa cosa può far incazzare qualcuno, specialmente quelli che vivono e si nutrono sempre e solo di commenti. Sono i “commentatori”, e con i social network questa è un po’ l’epoca segnata dal loro dilagare, di quelli che non vivono ma guardano vivere, quelli che non producono esperienza ma commentano le esperienze altrui. Niente da ridire, ma a riguardo mi viene sempre in mente un verso di una canzone di Ferretti e CSI: “Comodo ma come dire poca soddisfazione”. Quelli che hanno sempre un’opinione su tutto.
Io che non ho un’opinione su quasi nulla posso capire il loro disappunto nel vedere una storia come questa, ma è proprio questo ciò che cerco, la distanza dalle opinioni, dal commento a un commento. Cerco l’esperienza e cerco la poesia delle cose ma non sono interessato al giudizio e nemmeno alla ragione, è la vita che mi attrae e non la sua correttezza o la sua giustificazione, che tra l’altro non c’è.”


Io, che spesso cado vittima della mia stessa paura di non essere all’altezza o di quel senso di inadeguatezza che poi se ti guardi intorno e annusi tutta la spocchia e la fuffa che c’è là fuori ti rendi conto di quanto sia sempre e solo tu il peggior nemico di te stesso, rischio e ho rischiato più volte di farmi intimorire dai commentatori o di invidiare quelli con le verità sempre al loro posto o di farmi affascinare dai duri e puri che fuori da quelle linee non ci andrebbero mai e poi mai.

Ma la consapevolezza di cui parlava Cinzia in quel quel suo bel post, da qualche tempo ha toccato pure me. E quella consapevolezza è cugina della Libertà di dire e fare e provare a fare quello che ti fa stare bene.

Dio solo sa quanto ho pianto ascoltando i Bedhead, ma sostanzialmente sono una presa bene, una persona positiva, cerco sempre di guardare il bicchiere mezzo pieno e quindi amo immensamente le cose leggere, perché leggerezza non è mica sinonimo di vacuità, di superficialità, di stupidità. 

La leggerezza è la prima delle lezioni americane di Calvino: “la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.”

Bene, io cerco di fare con la vita quello che Calvino fa con il linguaggio: togliere pesantezza, mettere le ali e cercare di guardare le cose dall’alto o da lontano, perché spesso, troppo concentrati sul nostro lavoro come se fosse l’unico al mondo o sulle cose-da-fare della quotidianità, ci dimentichiamo che lo spazio intorno a noi è immenso. 

Ed è tutto da esplorare.


lunedì 15 febbraio 2016

Di capelli fucsia e consapevolezza


Qualche tempo fa, sulla pagina facebook di una blogger piuttosto famosa, ho letto una frase di questo tenore: "le minigonne sopra i quarant'anni, anche no, grazie". Stranamente, invece di una reazione tipo: "ma guarda 'sta stronza", che mi sarebbe stata sicuramente molto congeniale, l'unica cosa che ho fatto è stata sorridere. Sì, io sola davanti al cellulare, che sorridevo. E pensavo che chi ha scritto quella cosa è probabilmente una ragazza giovane, magari neppure trentenne, una che pensa di sapere tutto della vita. Proprio com'ero io alla sua età. Questo non si fa, questo non si indossa, questo manco morta. 

Poi sono arrivati i quarant'anni e tutto è cambiato. Il più grande regalo che mi ha fatto l'invecchiare è la suprema, enorme capacità di fregarmene altamente di quello che pensano gli altri, quanto meno dal punto di vista del fisico (dal punto di vista dei traguardi raggiunti nella vita, ci stiamo lavorando eh). Ad un certo punto, con grande solennità, ho smesso di farmi problemi su come vado vestita, sui miei capelli, sul mio fisico. Di base, ho quarant'anni, sai il cazzo che me ne frega se qualcuno mi guarda storto per come sono vestita? Ma zero proprio. 

La cosa è cominciata lentamente, qualche anno fa, e non fa che consolidarsi nel tempo. Un regalo fantastico, che mi ha permesso di capire perché la nonna di mio marito non faceva una piega ad uscire di casa con i capelli azzurri per una tinta troppo spinta o perché mio padre se ne frega altamente di mostrare le sue gambette bianche come il latte o perché mia mamma continua a mettersi il due pezzi in spiaggia, perché l'intero le tiene troppo caldo. 

E io, che mi sono sempre fatta un sacco di problemi per me e per gli altri, mi godo questa meravigliosa nuova sensazione. Porto la minigonna, a modo mio, e non ho nessuna intenzione di smettere. Amo i miei anfibi neri e tutti gli zoccoletti svedesi che affollano il mio armadio. Non smetterò mai di mettere le magliette degli Smiths, né mai mi taglierò i capelli corti, "ché a una certa età bisogna tagliare eh", perché sto malissimo. Continuerò a mettermi le cose che mi piacciono, senza che nessuno si possa permettere di dirmi cosa posso o non posso fare.

Mio padre, la scorsa domenica, ha detto a mia zia che festeggiava il suo compleanno e si doleva dell'età: "guarda che la cosa bella della nostra età è che possiamo fare quello che vogliamo". Quindi, o è un tarlo della mia famiglia, oppure la consapevolezza non fa che crescere con l'età. Del resto, se guardate il documentario su Iris Apfel, lei stessa, quando le viene chiesto se direbbe a qualcuno che è vestito male, ha risposto: "non lo farei mai, chi sono io per dirlo? Basta che lui o lei sia felice". 

In tutto questo, per il mio compleanno mi sono regalata i capelli fucsia. Qualche ciocca, mica tutti perché sarebbe troppo sbatti, ma l'ho fatto e rifatto ed è stato bellissimo. Mi guardo, mi riconosco, mi piaccio. E sono felice. Faccio qualcosa di male? Non credo proprio. E gli sguardi straniti della gente che mi incontra per la prima volta, fanno nascere lo stesso sorriso che avevo quando ho letto le dichiarazioni della blogger. Uguale. 

Magari molte di voi hanno già questa consapevolezza, io vorrei averla avuta molto prima, ma - come tutte le cose della vita - le cose capitano quando devono capitare e quindi va bene così. Se invece non fosse così, non lasciatevi fregare, non lasciatevi dire quello che dovete fare, non fate come ho fatto io per troppo tempo. Fregarsene fa bene al cuore. La gioia che si prova ad essere se stessi, a guardarsi allo specchio e riconoscersi, a sorridere a se stesse con amore, crea una felicità impagabile. E le persone felici fanno bene al mondo! 

[Per celebrare questa grande consapevolezza, ho deciso di regalare il quadernino che vedete in foto. L'avevo comperato in un negozio fighissimo di Torino, ormai chiuso, e non l'ho mai usato. Non credo che verrà mai il momento di farlo, quindi lo regalo con gioia a chi lo desideri. Scrivetemelo nei commenti!]

venerdì 12 febbraio 2016

Chiacchiere del venerdì

(foto Pavan Trikutam via Unsplash

Eccoci qui, alla fine di un'altra settimana e alle soglie di un nuovo weekend. Com'è andata la vostra settimana? La mia..."alti e bassi. Che risultati hai? Alti e bassi". Detto questo, aspetto con ansia che arrivi stasera, mio marito torni a casa e si possa godere di un weekend di tranquillità. Spero in giornate di sole, una cena al ristorante e qualche bella passeggiata. Sogni piccoli, ma possibili. Intanto, vi racconto un po' delle cose che ho scoperto, amato, goduto nelle ultime settimane. 

- amo Tavi Gevinson da quando aveva 12 anni, aveva i capelli grigi e faceva la fashion blogger dalla sua cameretta di provincia. Ora si è trasferita a New York e vive in un appartamento che la rispecchia perfettamente, che lei racconta in questo video di Nowness. Se anche non sapete chi è, date un'occhiata, merita. E già che ci siete, sbirciate anche la casa di Florence and the Machine, dai.

- non ho letto molto in questo ultimo periodo, perché mi sono tuffata in un libro piuttosto lungo e complesso. Si tratta de Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan - già autore di quella botanica del desiderio che avevo adorato la scorsa estate. Si tratta di un saggio che affronta tematiche relative al cibo, alla sua produzione e al suo consumo, all'agricoltura intensiva e biologica e all'allevamento intensivo. Sto amando molto questo libro perché è appassionante, Pollan scrive con un tono leggero ma estremamente incisivo, senza schierarsi apertamente espone i fatti e lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni. E' davvero illuminante e fornisce mille spunti di riflessione. 

- non ho visto film interessanti, ultimamente. Volevo andare a vedere The Revenant e The Hateful Eight, ma il pensiero di stare chiusa al cinema per tre lunghe ore non mi entusiasmava. M'è bastato leggere delle recensioni non proprio entusiasmanti per avere la scusa per non andare, to'. Basta poco per essere felici, no?

- ho visto un po' di documentari su Netflix, ma niente che mi abbia entusiasmato, a parte The September Issue e Iris. Il primo è tutto incentrato su Anna Wintour e Vogue, rivista che in realtà non mi ha mai appassionata granché, ma amo troppo il modo della moda per non guardarlo. E grazie a questo documentario, sono "caduta innamorata" di Grace Covington, una stylist di Vogue che realizza servizi fotografici da favola. Il secondo documentario è dedicato a Iris Apfel, un'icona della moda e della creatività, che ha da insegnare a tutti. Io la vorrei come nonna, per dire. E magari la Covington come zia, dai. 

- per quel che riguarda le serie Tv, sto guardando la seconda stagione di Fargo. L'ho iniziato con grandissimo entusiasmo, perché la prima stagione m'era piaciuta tantissimo e avevo letto che la seconda sarebbe stata ancora meglio, ma ho fatto veramente fatica. Fino a metà stagione è di una lentezza quasi irritante, almeno per i miei gusti, e non fosse stato per una grandiosa Kirsten Dunst, avrei abbandonato. Ora vediamo come va a finire. 

- a gennaio ho coronato un piccolo sogno, quello di visitare l'Albergo Diurno di Porta Venezia a Milano. I luoghi abbandonati esercitano un fascino incredibile su di me e poter entrare in questo posto, ascoltarne la storia, immaginare la quantità di persone che sono passate di lì e la miriade di vite che si sono incrociate, mi dà un'emozione grandissima. 

- sempre a proposito di storie, mi sono immersa recentemente in quelle raccontate tramite le immagini di Lisetta Carmi. Devo ammettere la mia ignoranza, non conoscevo questa fotografa genovese e l'ho scoperta solo grazie alla mostra di Brassai (c'era il biglietto combinato). Varcando la soglia della mostra, sono entrata in un mondo che mette insieme gli operai dell'Ansaldo e i trans dei vicoli, Ezra Pound e le immagini di un parto, la Sicilia e l'India, estrema lucidità e grande amore per l'uomo. Che bella scoperta! 

- vi ho già parlato da tempo della mia passione per Frannerd, le sue illustrazioni e i suoi video su You Tube. Recentemente, ha deciso di aprire un account su Patreon, una piattaforma che permette di condividere contenuti a pagamento - una sorta di crowdfunding senza un limite di tempo, e io ho deciso di sostenerla. Per un dollaro al mese, ricevo email e materiale vario e ho la bella sensazione di aiutare qualcuno a fare quello che ama. 

- infine, qualche giorno fa ho cucinato una torta buonissima, ho fatto i salti di gioia perché il mio giornale preferito ha pubblicato una mia foto (avreste dovuto vedermi quando l'ho scoperto) e ho scoperto su Instagram una sorta di Humans of New York canino, si chiama The Dogist. La bellezza. 

In questo periodo, la colonna sonora è sempre stata questa:


mercoledì 10 febbraio 2016

Plumcake vegano integrale alle mele

Qualche giorno fa, mentre stavamo guardando Fast Food Nation, mio marito s'è girato verso di me e mi ha detto: "Comunque, quando ti ho conosciuta, tu eri una da fast food eh". Io l'ho guardato come si guarda un pazzo uscito dal manicomio e io negato strenuamente, come si fa quando si è certi di essere nel torto. 

In effetti, pensandoci bene, quando ho incontrato mio marito, stavo vivendo un momento di ubriacante felicità e il cibo era l'ultimo dei miei pensieri. Avevo finalmente realizzato il mio sogno, vivevo in una casa tutta mia e mi ero finalmente liberata della presenza, affettuosa ma soffocante, dei miei genitori.

La liberazione passava anche attraverso il cibo e significava flessibilità di orari, la possibilità di mangiare a qualsiasi ora, di saltare i pasti, di fare colazione all'ora che più desideravo, con quello che volevo, arrivare alla cassa del supermercato con il carrello della spesa pieno unicamente di patatine, birra e salsa tonnata. Che meravigliosa leggerezza, signori miei. 

Certo che, per riprendere il discorso del post di lunedì scorso, se mi fermo un attimo e mi guardo indietro, ne ho fatta di strada da quel periodo, eh? Complice l'età, la consapevolezza, la curiosità, la ricerca, la voglia di conoscere, sono diventata molto più rigorosa, dal punto di vista alimentare, di mia madre - che è una piuttosto nazista, quando si parla di cibo. 

Buona parte di questo percorso ha avuto luogo nell'ultimo anno e ne sono felice, per quanto sia stato scatenato da un evento terribile, perché ho imparato davvero tanto. Da quando mangio meglio e ho eliminato un bel po' di alimenti, sto da dio. Ma da dio veramente, eh. E, ripeto, ho imparato un bel po' di cose. 

Ho imparato che i dolci sono buoni anche senza il burro e le uova e il latte, io che quando ho scoperto di avere il colesterolo - anni fa - pensavo che la mia vita fosse finita. Ho imparato che la verdura è la cosa più buona del mondo, che la pasta integrale è molto più gustosa di quella normale, che posso vivere anche senza mangiare la pizza ogni settimana, che la cucina vegana è un mondo tutto da scoprire. Ho imparato a provare e sperimentare, senza affidarmi ai soliti piatti, fino ad arrivare a ricette ottime come quella che voglio condividere oggi con voi. La ricetta l'ho trovata sul volantino di Natura Sì di questo mese, che ho modificato leggermente a mio gusto. Provatelo, è ottimo. Fidatevi della Cindy!


Plumcake vegano integrale con le mele

Ingredienti

160 gr. di farina 2
50 gr. di farina integrale
50 gr. di farina di farro
100 gr. di zucchero di canna
100 gr. di latte di avena
70 ml. di olio di mais
50 gr. di succo di mela
50 gr. di uvetta
50 gr. di semi di papavero
1 bustina di lievito
1 mela

Ammollare l'uvetta in acqua tiepida. Nel frattempo, unire le farine, lo lievito, lo zucchero e i semi di papavero. Mescolare bene, quindi aggiungere l'olio, il latte e il succo di mela. Mescolare bene, e poi aggiungere l'uvetta ben strizzata e la mela fatta a pezzettini. Versare in uno stampo da plumcake rivestito di carta da forno. Cuocere in forno a 180° per 40/50 minuti. 

lunedì 8 febbraio 2016

Una bucket list al contrario

(foto Cameron Kirby via Unsplash)

Conoscete Giada Carta? Io l'ho scoperta da relativamente poco tempo e ne sono stata conquistata. Credo di averla scoperta grazie a Gioia Gottini, inzialmente ho cominciato a seguire la sua pagina Facebook, ma va detto che (ti chiedo scusa Giada, se mi leggi) subito non capivo esattamente cosa facesse. Quindi guardavo da lontano, apprezzavo le foto che condivideva, leggevo con curiosità quanto scriveva sulla sua pagina, senza mai approfondire veramente, ma allo stesso tempo senza mai allontanarmi, come se fossi consapevole che c'era qualcosa per me, tra quelle righe. 

Il primo passo verso l'amore incondizionato è avvenuto con un suo post su Samhain e sui rituali da fare in quell'occasione. Da lì, ho messo da parte la metà razionale del mio cervello e ho deciso di approfondire. Non so nulla di dee, miti, rituali, ma è un mondo che mi affascina tantissimo. E lei lo sa raccontare con grande attenzione, con un tono pacato e delicato, non con quel piglio da invasati che spesso contraddistingue questo genere di temi (e che allontana le persone in bilico tra due mondi, come me).  

Mi sono letta tutti i post del blog, mi sono iscritta alla newsletter e ora godo fieramente di un bellissimo regalo per le iscritte: 29 gesti d'amore per te stessa, ossia una mail al giorno per tutto il mese di febbraio, ciascuna contenente un suggerimento per stare meglio. Il primo di questi, ricevuto lo scorso lunedì, ha colpito dritto nel segno: si tratta di redigere una bucket list al contrario, ossia non una lista di "cose da fare prima di...", bensì un elenco di cose belle che si sono fatte e di cui si è felici, orgogliosi, quello che volete voi. 

Beh, questo suggerimento sembrava scritto apposta per me e il mio bisogno di allontanare la frustrazione e la malinconia e il non ho combinato niente e la vita fa schifo e così via. Sembra quasi una perfetta continuazione della mia pratica della gratitudine, un modo per scacciare ancora più lontano le lamentele e i vortici negativi. 

La bucket list al contrario può essere generica oppure coprire uno specifico ambito, può coprire uno spazio temporale limitato oppure tutta la vostra vita. Insomma, la cosa bella è che si può fare un po' quello che si vuole, in base alle proprie esigenze. Bene, io ho deciso di scrivere la prima bucket list al contrario sul tema viaggi, visto che giusto in questi giorni mi lamentavo con me stessa di aver viaggiato poco, di non aver visto nulla, eh guarda quello lì dov'è andato, guarda quella cos'ha fatto, e io son sempre a casa, e non vedrò mai tutti i posti che voglio vedere e via di seguito. Bene, ecco qui la mia lista. 

- ho fatto la prima vacanza da sola a 16 anni, ho preso l'aereo per la prima volta a 19 per andare in vacanza con mia cugina a Amsterdam (potrà sembrare una sciocchezza, ma erano altri tempi e altri genitori, quindi un grande traguardo!).

- sono stata quattro volte a Parigi e due a Vienna, di cui una a Natale. Sognavo di vedere Vienna sotto Natale e l'ho fatto

- ho visto la chiesa dei gitani e i fenicotteri a Les Saintes Maries de la Mer. Due volte

- sono stata alla Fondazione Maeght a Saint Paul de Vence e al Museo Matisse a Nizza

- ho visitato lo studio di Cezanne a Aix-en-Provence e la Casa Azul di Frida a Città del Messico. 

- ho visitato il Museo di Georgia O'Keeffe a Santa Fe

- ho vissuto tre mesi in California, tre in Messico, tre in Canada. Perché tre ogni volta? Il visto turistico, baby

- ho mangiato aragoste su un'isola deserta da qualche parte vicino a Cajo Largo

- ho dormito in almeno dieci case cubane diverse e fatto colazione con altrettante famiglie, tra La Havana e Santiago De Cuba

- ho festeggiato il mio compleanno a Ushuaia, in Patagonia e navigato sul canale di Beagle

- ho visto il tramonto nella Death Valley e guidato di notte nel deserto verso Las Vegas

- sono stata al concerto dei Muse a New York e dei Black Keys a San Diego

- ho passeggiato per il mercatino di San Telmo, la domenica mattina, a Buenos Aires

- ho dormito in Cile, anche se solo per tre giorni

- sono stata a New York in autunno. E a Natale. E in primavera

- ho cercato i passi di mio bisnonno, a Ellis Island

- mi son seduta a guardare il mare a Uig, sull'estremità nord dell'isola di Skye

- ho bevuto tè e scones a Edimburgo, bubble tea a Tokyo e chai a Istanbul

Questa lista potrebbe andare avanti ancora per un bel po', questo è giusto quello che mi è venuto in mente nell'ultima mezz'ora. E scriverla mi ha fatto rendere conto di quanto abbia fatto, di quanto abbia visto, di quanti chilometri abbia macinato

Ma soprattutto ho realizzato che ciascuna delle cose che ho scritto era un sogno, un desiderio che pareva impossibile nel momento in cui si è formato nella mia mente, ma che ho lavorato duro per realizzare. E' buffo come, nel momento in cui un sogno diventa realtà, si passi oltre e quasi ci si dimentichi di quello che si è fatto, proiettandosi avanti verso il prossimo desiderio, la prossima meta, il prossimo obiettivo. 

Fermarsi e guardare indietro, invece, dà una grandissima forza, come quando si torna da una camminata in montagna e si chiede al proprio compagno di gita: "ma abbiamo fatto tutta questa strada?", complimentandosi con se stessi per il traguardo raggiunto. 

Vi consiglio caldamente di farlo, quando vi sentite giù e vi sembra di non aver concluso un bel niente, vi farà un gran bene. Noi guardiamo sempre avanti ed è indubbiamente salutare, ma non dobbiamo scordarci dell'importanza di fermarci, guardare la strada dietro di noi e renderci conto di quanti passi abbiamo messo in fila. E' una pratica che fa davvero bene e che applicherò sicuramente ad altri ambiti della mia vita. Quindi, grazie Giada!

venerdì 5 febbraio 2016

Wishlist del venerdì

Buon venerdì, amici. Sembrava impossibile, ma alla fine siamo arrivati anche alla fine di questa settimana! Cosa prevede il vostro weekend? Il mio sicuramente un buon bicchiere di vino con gli amici, una sessione intensa di divano e una domenica in famiglia a festeggiare una zia adorata. Insomma, avrò di che riempire il mio quadernino della gratitudine

Per iniziare questo weekend nel migliore dei modi, ho rispolverato una bella wishlist del venerdì, ché era da troppo tempo che non mettevo in circolo dei desideri e i desideri se non li esprimi non si avverano mica, eh. Ultimamente ho scoperto delle incredibili bellezze e la mia lista dei desideri sta ormai assumendo dimensioni ciclopiche, ma non disperiamo. Prima o poi, i sogni diverranno realtà. 

1. Come tutte le cose citate in questa wishlist, ho scoperto questa meraviglia grazie a Instagram. Se prima passavo il tempo unicamente a scorrere il feed delle persone che seguo, ultimamente uso un sacco la funzione explore e scopro dei veri e propri tesori. Come il profilo di Un peau sauvageche inizialmente mi ha colpito per la bellezza delle foto. Ho capito solo dopo che le foto "nascondono" una bravissima creatrice che lavora a maglia e realizza cappelli, guanti e piccoli gioielli. E sono proprio questi ultimi ad avermi conquistata, già mi immagino come starebbero bene queste collane sulle ottocento maglie a righe che tirerò fuori a primavera...



2. La ragazza dello Sputnik, invece, la "conosco" da una vita. Ho cominciato a seguirla per via del suo nome, visto il mio grande amore per quel libro di Murakami, l'ho sentita vicina a me per il suo amore per gli animali e, ovviamente, mi sono innamorata di tutte le cose che fa. Amo le sue pochettine, i cuscini, gli accessori per bambini, tutto infinitamente delizioso, ma da quando s'è messa a fare le borse in eco-pelle, beh, non so più che dire. Non so trovare le parole per descrivere la bellezza di questa borsa gialla



3. L'ultima incredibile meraviglia di oggi, invece, credo di averla scoperta grazie al solito Flow Magazine. Son sicura di aver guardato per prima cosa il suo profilo Instagram e di essere rimasta a bocca aperta. Si tratta di Sarah Benning, una ricamatrice americana che vive a Maiorca e che realizza piccole opere d'arte con ago e filo: quadretti rotondi che raffigurano fiori e piante, di una delicatezza, precisione e accurata semplicità davvero uniche. Giudicate voi. 





lunedì 1 febbraio 2016

Praticare la gratitudine


Quando la gente parla di me, uno degli aggettivi che usa maggiormente è: "sorridente". Io sorrido molto, sorrido quando saluto le persone, sorrido con gli amici, sorrido quando mi chiedo informazioni, sorrido spesso anche al telefono, a meno che non si tratti dell'ennesimo operatore che tenta di prendermi per sfinimento. 

Questo potrebbe sicuramente far pensare che sono una persona allegra, serena, in pace. Beh, ragazzi, dietro quel sorriso si nasconde il caos. Fidatevi, il caos vero. Se poteste aprire una finestra e guardare dentro la mia testa, vedreste pensieri che si affastellano, dubbi che si ripetono, interrogativi che si agitano in continuazione. Un vero e proprio marasma, chiuso lì dentro al sicuro da occhi indiscreti. 

Perché sì, l'ho imparato da mio papà, non ci si lamenta mai. E non si rompono i maroni agli altri con le proprie menate, ché hanno già le loro cose a cui pensare. Quindi mi tengo tutto dentro, a bollire e ribollire. La piccola parte che emerge in superficie la condivido con mio marito, ma buona parte delle cose rimangono lì dentro, nel magma del mio cervello. Vi prego di non preoccuparvi, non c'è nulla di grave che non va nella mia vita, ho solo troppi pensieri e troppe cose a cui non riesco a trovare posto, dentro di me. 

Ultimamente, mio marito è spesso via per lavoro e mi ritrovo a passare un bel po' di serate in solitudine. Nella maggior parte dei casi, dedico questo mio tempo a guardare su Netflix documentari e serie che lui non vorrebbe guardare mai o ad ammazzarmi di concerti su You Tube. Poi ci sono quelle sere in cui i pensieri sono ancora più fitti e non si riesce a mandarli via. Come la settimana scorsa, quando - mentre Ziggy Stardust emanava meraviglia dalla televisione - sentivo che la tristezza stava prendendo il sopravvento. 

Quando sento che l'umore va giù, le cure sono diverse: uscire e camminare, mettere la musica degli Of Monsters And Men a tutto volume, mettermi a cucinare. Era sera tardi, non sentivo di poter fare nulla di tutto questo e allora mi sono fatta una tisana, sono andata a letto e ho aperto Flow Magazine, che è quanto di più terapeutico ci sia, per me, ultimamente

Ho scorso un po' di pagine, beandomi della bellezza e dell'ispirazione continua che ne ricavo, finché non sono arrivata a un articolo su Hailey Bartholomew, una fotografa australiana, che anni fa ha dato vita al 365 Grateful Project. Hailey racconta di aver attraversato un periodo difficile, in cui non riusciva più a essere felice e soddisfatta della propria vita, per quanto fosse praticamente perfetta.  Hailey ha ritrovato la serenità con un progetto fotografico, chiamato appunto 365 Grateful Project, che prevedeva di fotografare ogni giorno una cosa di cui era grata. 

Credo di aver sentito mille volte parlare di progetti del genere e la mia mente c'è sempre passata sopra, spesso bollandole come inutili pratiche new age per fricchettoni, ma quella sera ho sentito che era quello di cui avevo bisogno. Non avevo voglia di stressarmi a fare fotografie, allora ho deciso di tenere un diario della gratitudine. Ho preso il quaderno più bello che ho, quello che rimaneva da mesi intonso nella libreria per paura di rovinarlo, ho scritto la data del giorno e ho cominciato a scrivere. Ogni sera, per qualche minuto, mi siedo al tavolo, rifletto sulla giornata e scrivo. Ed è una pratica bellissima, che mi sta facendo sentire infinitamente meglio. 

E il motivo è davvero semplice, incredibilmente banale: ogni giorno ci sono infinite cose di cui essere grati, anche di una piccolezza infinitesimale, e non è il caso di aspettare domani per essere felici. Semplice, appunto, banale, infatti, ma a volte è davvero difficile rendersene conto. E scrivere, fermarsi un attimo, riflettere, aiuta tantissimo a dare importanza a quello che si ha, senza pensare che avremmo bisogno di altro per stare meglio. Perché, basta aprire la pagina del diario a caso, come si può non essere felici di aver trovato un mazzo di fiori inaspettato sul tavolo di un ristorante, vedere il cielo tinto di rosa un pomeriggio all'uscita della stazione o aver bevuto un cappuccino perfetto? 

Se avete voglia di fare come me e adottare una pratica della gratitudine quotidiana, ho una cosa per voi. Dentro a Flow Magazine c'era un piccolo quadernino, chiamato The Little Gratefulness Diary, lo vedete nella foto in alto. Io non lo uso, ho già il mio quaderno speciale, e ho pensato di regalarlo a qualcuno di voi. Scrivetemi nei commenti se lo volete, lo spedisco con enorme gioia.