mercoledì 29 giugno 2016

Leggermente: Quel che una pianta sa

Quest'oggi Elena ha deciso di farmi commuovere. Buona lettura, amici. 

Inizio il primo Leggermente estivo con due certezze: 

1. La prima è che io e Cinzia abbiamo davvero tante cose in comune, una tra le tante è l'amore per la lettura, per le piante e, di conseguenza, per i libri che parlano di piante.

2. La seconda è che questo angolino tutto mio A Casa di Cindy, "una stanza tutta per me", mi piace ogni mese di più e anche in periodi come quello che sto vivendo ora, di grande fatica emotiva, scrivere il Leggermente resta un rifugio.

Musica, maestro.


Il libro che vi racconto oggi, in realtà, non l'ho ancora finito, questione di poche pagine.

Si intitola Quel che una pianta sa, guida ai sensi del mondo vegetale e l'autore è Daniel Chamovitz biologo di Tel Aviv, esperto di neurobiologia delle piante. L'ho comprato dopo essermi iscritta a un corso on line di Coursera, che, come spesso mi succede con le lezioni on line, non sono riuscita a seguire fino alla fine (credo che questa sia un'altra cosa  che ho in comune con Cinzia).  



Ciclicamente vado in fissa con i saggi scientifici, di ogni argomento e materia, meglio se si tratta di questioni mediche, zoologiche o botaniche. Qui, qui e qui trovate alcuni precedenti che mi sono rimasti nel cuore: in particolare, il libro di Stefano Mancuso è quello che per la prima volta mi ha aperto le porte della fisiologia vegetale. L'anno scorso al Festival della Scienza ho anche assistito alla conferenza che l'autore ha tenuto, insieme a Barbara Mazzolai di IIT, sulle grandi potenzialità della robotica applicata al mondo vegetale e viceversa: stiamo parlando di cose come questa, per intenderci.

Ma torniamo al nostro libro, Quel che una pianta sa com'è strutturato?

Sono sei capitoli ed ognuno di essi affronta un "argomento sensoriale" ben preciso: quel che una pianta vede, quel che una pianta annusa, quel che una pianta prova, quel che una pianta ode, come una pianta sa dove si trova, quel che una pianta ricorda.



Ma perché? Le piante annusano? Sì, se non consideriamo letteramente la parola annusare, possiamo dire che le piante annusano, dato che percepiscono gli odori che le circondano e agiscono di conseguenza. Inoltre le piante vedono senza avere occhi e rispondono a stimoli luminosi anche di pochi secondi, per esempio anticipando la loro fioritura.

In questo piccolo saggio verde c'è la storia della mimosa pudica, capace di chiudere le proprie foglie per difesa ogni volta che viene sfiorata, ma ci sono anche il più comune pomodoro o il fagiolo, che dai, tutti abbiamo fatto germogliare nel cotone almeno una volta nella vita!



Ciò che mi affascina maggiormente delle caratteristiche sensoriali del mondo vegetale è il fatto che le piante siano esseri sessili, ovvero non abbiano facoltà di movimento, se non delle loro parti esterne (basti pensare al convolvolo che si arrampica senza sosta e al girasole che volge il capo verso la luce). Le piante non possono fuggire come fanno gli animali davanti al pericolo, non possono alzarsi e cercare nutrimento altrove, non possono spostarsi un po' più in là per godersi l'ombra, né allontanarsi per sparpagliare i loro semi e garantirsi un futuro.

Non sto a dirvi quanto spesso senta mia questa condizione, e, a differenza delle compagne verdi, provi la sensazione di non aver messo in atto alcuna strategia alternativa utile alla mia sopravvivenza, pur essendo ben consapevole di possedere tutte le carte in regola per farcela (e  bene) e pur sapendo che se non mi do una mossa, anche in senso figurato, mi gioco ogni possibilità. Ci sto lavorando, pure parecchio, e ora so anche a chi ispirarmi. 
Se volete approfondire un poco l'argomento ecco un bel video.



Vi lascio con la citazione di rito, a sua volta una citazione di John Muir, e vado a finire il libro!

"Non ho mai visto alberi insoddisfatti. Essi si aggrappano al suolo come se quest'ultimo piacesse loro, e sebbene saldamente radicati viaggiano quasi quanto noi".

lunedì 27 giugno 2016

Come stai, Cindy?

(foto Unsplash)

Solitamente, quando qualcuno m'incontra e mi chiede come io stia, rispondo sempre: "bene, grazie!", indipendentemente da come sto veramente. A meno che la domanda non me la faccia un caro amico/a, la mia risposta è sempre la stessa: bene, benissimo. E spesso ci aggiungo anche un sorriso. Sempre il solito insegnamento di papà, mai lamentarsi, non rompere le scatole agli altri. 

Ma in questi giorni, a chiunque me lo chieda, la risposta è davvero sincera. Sto bene, dio se sto bene. Sto alla grande, così alla grande che ho quasi il timore di dirlo perché ho paura che possa succedere qualcosa a rovinare tutto. Del resto, quasi un anno fa, in un'estate calda e luminosa appena iniziata, gonfia di prospettive, progetti e meraviglia, la mia vita è cambiata radicalmente. 

E quindi quasi non volevo scriverlo, questo post. Avevo timore che dirlo a voce alta, dichiarare apertamente tutta questa felicità potesse portarmi sfiga e far succedere qualcosa di irreparabile. Ma sono una donna coraggiosa e ho deciso di sfidare il destino e urlarlo apertamente: sto dadddddio, olè. 

Ma come mai stai da dio, Cindy? Cos'è successo? Vogliamo lasciarci sfuggire l'occasione di una lista? Non sia mai. 

1. E' arrivata l'estate. E già solo questo fa guadagnare mille punti al mio punteggio umore. E' impossibile non farsi catturare dalla magia dell'estate: caldo sulla pelle, le birrette al tramonto, buttarsi in acqua, riemergere e vedere un mare di blu tutto intorno, coricarsi su un prato, fare indigestione di ciliegie, dormire con la finestra aperta, leggere all'ombra, stare fuori, con qualsiasi tempo, anche quando piove. Se non amate l'estate, non mi fido di voi. 

2. Non sono mai stata così magra. Non prendetela male, sto benissimo. Qualche giorno fa ho visto sulla bilancia un numero che probabilmente non vedevo dal 1990. Ed è stata una soddisfazione che davvero non so spiegare. Perché non è un risultato ottenuto con sacrifici e privazioni oppure derivante da un malessere o altro. Perché è un numero che nasce dalla volontà di prendermi cura di me stessa e di volermi bene. Perché è il mio corpo che mi sta dicendo che sta alla grande. E lui e io stiamo proprio bene insieme, dopo tanto tempo. 

3. Ho fatto pace con i miei capelli. Io ho dei capelli obiettivamente piuttosto brutti, non sono lisci, non sono ricci, non tengono la piega, non tengono lo shampoo, devo lavarli tutti i giorni. Ho passato anni a cercare di domarli, permanente, stiratura, shampoo da milioni di dollari, trattamenti di qua e di là, una lotta continua senza venirne a capo. Sentivo che non ce la facevo più, ma in testa mi ronzava un vecchio post della Spora in cui si diceva che non bisogna mai accontentarsi di se stesse, che occorre puntare sempre al meglio. E allora giù a darci dentro con altri trattamenti, prodotti, quaqquaraquà. Finché un giorno, qualche mese fa, mi sono guardata allo specchio e mi son detta: "ma sai cosa? macchissenefrega". Ho lasciato che i miei capelli fossero semplicemente loro, orgogliosamente alla cacchio, fieramente indisciplinati, liberi di essere brutti. Mi è successo un po' come dice una mia cara amica, quando ti fai mille problemi per come devi vestirti a un matrimonio, non ti senti a tuo agio, vorresti cambiarti, alla fine vai e non sei soddisfatta, ma dopo due bicchieri di prosecco, ti dimentichi di tutto e ti diverti. Ecco, ho ottenuto l'effetto prosecco pur essendo sobria. (Provate, funziona).

4. Ho fatto pace con il mio amore per i vestiti. Pur essendo figlia e nipote di sarte, cresciuta in un mondo fatto di vestiti, stoffe e moda, ho sempre considerato i vestiti una cosa frivola. La me stessa geek e intellettuale considerava la Cindy amante dei vestiti come una donnetta debole e vittima della superficialità. Se a questo aggiungiamo anche i soldi spesi, portavo in giro un ammasso di sensi di colpa. E anche qui, un giorno qualsiasi, ho detto basta. Vestirmi come mi va di vestirmi (bene, male, rock 'n' roll, vintage, elegante, da ragazzina, da nonna, in nero, colorata, punk, fricchettona, tutto questo a seconda della giornata e dell'umore) mi fa sentire bene. Perché privarsene?

5. Instantly Italy sta cominciando a carburare. Come sapete se mi seguite da tempo, lo scorso anno mi sono buttata in questa avventura e ho affiancato alle mie solite traduzioni l'ambizione di lanciare questo sito di insegnamento di lingua e cultura italiana. Dopo la partenza, le cose arrancavano un po', probabilmente tutti mi dicevano che era una cosa fighissima, ma io non ci credevo veramente. Poi ho deciso di cambiare rotta e dargli (e darmi) una possibilità vera. E le cose cominciano a girare, che soddisfazione. 

Ecco qui, ecco cos'è successo, ecco cosa mi fa stare bene. Non volevo scrivere ore per parlare solo di me, anzi sono stata davvero tentata di non scriverlo questo post. Ma questo periodo di benessere è il risultato di tutta una serie di atteggiamenti mentali e lezioni imparate da sola che magari potrebbero essere utili anche a voi, se siete un po' incasinate come lo ero io fino a poco tempo fa. 

Ho capito che bisogna volersi bene e che il volersi bene comincia con il volere bene al proprio corpo e ascoltarlo. Ho capito che bisogna scegliere e agire, mai aspettare che le cose piovano dal cielo, siano esse benessere, lavori, felicità. Ho capito che chissenefrega dei propri difetti fisici, nella maggior parte dei casi li vediamo solo noi. Ho capito che bisogna crederci sempre, in se stessi, nei propri progetti, in quello che ci piace, in quello che sentiamo. 

Detto questo, adesso vado ad accendere un cero alla madonna e sperare che non mi capiti qualche sfiga colossale. 

martedì 21 giugno 2016

Cosa ti rende veramente felice?

Foto Josh Felise su Unsplash

Qualche tempo fa, mi sono imbattuta per caso in questo post, in cui Ilaria Ruggeri si pone una domanda apparentemente facile ma in realtà incredibilmente complessa. Da quando l'ho letto, quel "cosa ti rende felice?" ha ronzato nella mia testa per giorni e giorni. Ho cercato di guardarmi dentro con più attenzione e ho scoperto che, per quanto mi lamenti sempre, molte delle cose che mi rendono davvero felice fanno parte della mia vita, se non addirittura della mia quotidianità.

Come ben sapete se mi leggete da tempo, si muove dentro di me un'inquietudine mai sopita, una voglia di essere sempre altrove, sempre in un luogo diverso, come se essere altrove potesse essere la cura di tutti i mali, la soluzione per le cose di cui non sono contenta, come se fare le valigie e iniziare da zero in un altro luogo potesse essere l'unico modo per stare bene. 

E invece no, ho quarant'anni (posso continuare a dirlo anche se ne ho già qualcuno in più?) e ho deciso di cominciare a crescere. Ho deciso di lottare contro questa inquietudine e provare a radicarmi di più. Ho provato a guardare le cose di sempre con occhi diversi, simili a quelli delle due persone che ieri sono passate sotto la mia finestra e con entusiasmo si sono dette "ma certo che questo è proprio un bel posto, eh" (ne siete proprio sicuri, vero?). E ho deciso di capire quali sono le cose che mi rendono veramente felice. 

Ilaria Ruggeri ha concluso il suo post elencando cinque cose, ecco le mie:

1. stare in mezzo alla natura. Non cè nulla che mi metta così in pace con me stessa e con il mondo come la natura. E' come se, quando sono in mezzo al verde, qualcosa di riequilibrasse dentro di me. Riesco quasi a percepire esattamente il momento in cui questo avviene dentro, scatta qualcosa e sto bene. In pace, esattamente dove devo essere. 

2. parlare con la gente. Dopo anni passati a considerarmi un'introversa e a dire che la gente mi dà fastidio, ho scoperto magicamente che invece mi piace da pazzi parlare con le persone. A caso, di qualsiasi cosa, anche delle più sonore cazzate. Basta che la gente con cui parlo non si lamenti, allora scende la saracinesca nel mio cervello e torno per la mia strada. 

3. andare ai concerti. Per molti i concerti sono un intrattenimento, un momento di svago, una rottura di scatole (giuro, uno di questi soggetti vive con me). Per me è qualcosa di più, è una bomba di felicità. Appena parte la musica, sento una scarica di adrenalina e una sorta di droga naturale si mette in circolo e non vorrei essere da nessun'altra parte. Solo lì, in mezzo alla gente, circondata dalla musica. Un concerto mi dà un'energia tale che posso andarci avanti per settimane. 

4. leggere. La lettura mi ha sempre nutrita, fin da quando ho cominciato a imparare a decifrare quei segni neri su un foglio bianco. Ho divorato libri per tutta la mia vita, non riesco a stare senza. Aprire un nuovo libro, leggere le prime righe, tuffarmi in un mondo nuovo, è una delle sensazioni più belle che io possa a provare. 

5. partire, ma anche tornare. L'ho capito da poco, questo. Ho capito che sto male quando sto troppo a casa e che devo nutrirmi periodicamente di viaggi, brevi o lunghi che siano. Ma ho capito recentemente anche quanto sia bello tornare e ritrovare la quotidianità. 

E voi ditemi, cosa vi fa essere davvero felici? 

giovedì 2 giugno 2016

Chiacchiere del venerdì

Foto Artur Rutkowski su Unsplash

Buongiorno, amici del mio cuor. Sono troppo lontana da questo blog e mi dispiace da morire. Mi manca tantissimo venire qui, cliccare su "nuovo post" e riversare in questo spazio virtuale tutte le cose che mi passano per la testa. Avrei una marea di cose da raccontare, ho un quaderno pieno di appunti, foglietti segnati qua e là, argomenti che mi vengono in mente mentre sono a passeggio con il cane, ma niente, non ho tempo. Non ce la faccio. Niet, nada, no se puede. 

Da quando ho deciso di dedicare ogni mio attimo e ogni mio neurone creativo a Instantly Italy, il tempo per questo blog s'è assottigliato. Lavoro tantissimo e, quando non lavoro, mi annullo davanti alla tv, esco col cane, metto insieme qualcosa di commestibile da mangiare insieme a mio marito, esco a bermi una birra, faccio delle gite, vedo delle mostre, leggo dei libri, vado a dei concerti, dormo. Insomma, il tempo per il blog è sempre meno. 

Ho addirittura meditato seriamente di chiuderlo, tempo fa, ma lo amo troppo questo angolo di internet per mettere la parola fine. Scriverò quando potrò, voi mi perdonerete, non mi abbandonerete e mi vorrete sempre bene, vero? Perché mi dispiacerebbe un casino perdervi, capito? Se non ho chiuso questo blog è solo per voi, capito? Eh? Eh? Eh?

Ma adesso basta con le lagne, ho un attimo di tempo...ce le facciamo due chiacchiere? Dai. 

- come saprete se mi seguite su instagram, la scorsa settimana sono stata a Roma. Che figata, ragazzi, cosa sto qui a dirvelo. Ho aspettato quarant'anni prima di andare a Roma, poi me ne sono innamorata perdutamente e ora ci vado ogni volta che posso. E ogni volta me ne innamoro un po' di più. Sono stata tre giorni e mi sono goduta ogni attimo, il Ghetto, i carciofi alla giudia e la pizza ebraica, ché il Ghetto rimarrà sempre il mio posto del cuore a Roma, una lunghissima chiacchierata con Emanuela della Libreria del Viaggiatore, passeggiate senza meta e senza fine, finché non sentivo più le gambe, la pizza bianca del Forno di Campo dei Fiori, il profumo dei gelsomini, quello dei tigli e i tramonti che ti strappano il cuore, un'intera giornata insieme alla mia adorata Tamara e mille, mille, altre cose. Come dice Tamara, Roma sa fare una magia e irretire le persone: con me, c'è riuscita benissimo. 

- a Roma, mi sono vista la mostra di Mucha al Vittoriano. Ma come, mi direte voi, c'è la mostra di Mucha a Genova e tu vai a vedere quella di Roma? E lo so, che vi devo dire, 'sta cosa di due mostre in contemporanea m'ha messo curiosità e devo vederle entrambe per confrontarle. Sono a questo livello di pazzia. Comunque, la mostra a Roma bella, i manifesti di Mucha fantastici, magari un pochino più di illuminazione non sarebbe dispiaciuta, ma va bene così. Adesso devo solo vedere quella di Genova. 

- per quanto dica che lavoro tanto e non riesco a far niente e bla, bla, bla, mi sono resa conto di aver visto un numero notevole (per i miei standard) di film, in questo periodo. Ho visto due film in spagnolo, sempre grazie a Mubi: Amador, film spagnolo tenerissimo che racconta la storia di Marcela, che lavora come badante per Amador e che, quando quest'ultimo muore, si trova davanti a una scelta difficile, e After Lucia, un film messicano sul tema del bullismo, molto duro e con un finale che ti lascia a bocca aperta. Ve li consiglio entrambi, davvero interessanti. 

- grazie a Netflix, invece, ho visto e amato e adorato Le vite degli altri (ormai lo sapete che non sono esattamente sul pezzo, per quel che riguarda il cinema), che ho visto appena tornata da Berlino e, forse per quel motivo, ha assunto un significato ancora più speciale, Inception, uno di quei film che richiedono l'uso di troppi neuroni del mio povero cervello e che quindi ho guardato con una certa sufficienza e un po' distrazione, seppur concentrandomi per bene sulle scene in cui appare DiCaprio. E poi ho visto Lui è tornato, un film tedesco che vi consiglio caldamente: è la storia di Hitler che si risveglia nel 2014 e viene scambiato per un comico. Credevo fosse una commedia, in realtà è una storia che lascia un gran amaro in bocca. E poi ho visto Suburra, a proposito di amaro in bocca. 

- per quel che riguarda le serie TV, niente da dire, tutto dedicato a Gomorra e al Trono di Spade, ne riparliamo il prossimo mese.

- ma ho anche letto, eh. Oh, se ho letto. Mi sono divorata un classico, Il giardino dei Finzi Contini, che avevo tanto odiato da ragazzina, ma che un articolo entusiasta di Daria Bignardi mi ha convinta a rileggere (e ho fatto bene). Poi ho letto Berlin, una raccolta di brani letterari che raccontano la città (bellissima idea, libro davvero interessante). Sul treno per Roma ho divorato L'orto di un perdigiorno, il racconto di Pia Pera sulla rinascita del suo orto e giardino in Toscana e ora, presa dalla voglia di un bel romanzo appassionante, sto leggendo Niente si oppone alla notte di Delphine de Vigan, una storia familiare triste, allegra, incasinata, per il momento davvero coinvolgente. Ma ho una bella pila sul comodino che mi aspetta...

- non so più come, non so più dove, ho scoperto The Comma Queen, una serie di video dove una giornalista del New Yorker tiene delle brevissime lezioni di grammatica inglese. Sarà che lei assomiglia alla mia adorata prof di inglese dell'università, sarà il mio sconfinato amore per la lingua inglese, insomma, mi innamorai perdutamente

- la scorsa domenica, per un pranzo di famiglia, sono stata in alta Langa - uno dei posti più magici del mondo, se avete occasione andateci - e ho scoperto un luogo incredibile, l'Arboreto Prandi, che mi ha dato finalmente occasione di trovare risposta a una domanda, letta tempo fa in un post: "cosa ti fa veramente felice?". Una roba mica da poco, ecco. 

- e proprio a proposito della risposta alla domanda di cui sopra, ho trovato per caso il canale youtube che andavo cercando, da secoli. Sapevo che c'era là fuori, lo sentivo, era solo questione di trovarlo. E' questo. So che piacerà tanto, se ancora non lo conoscono, a Elena e Daria. 

- e poi, last but not least, veniamo alla cosa veramente, ma veramente importante di questo periodo: il biglietto per il concerto dei Duran Duran ad Assago. Mancano pochissimi giorni, ma io li aspetto da anni, da un lontanissimo 1984 in cui mi sono innamorata perdutamente di Simon Le Bon senza scordarlo più. Insomma, la prossima settimana porto la Cinzia ragazzina a vedere Simon e a sentire canzoni che conosco a memoria, strofa dopo strofa. Metterò le Superga, per l'occasione. 

Ovviamente, la colonna sonora di questo periodo non poteva che essere questa: 

martedì 31 maggio 2016

Girl Tuesday: Kirsten Dunst

E' martedì, è passato un po' di tempo dal mio ultimo post ed è ormai ora di un nuovo #girltuesday. Nel pensare alla donna di questo post, mi sono resa conto che il mio amore incondizionato non va tanto a lei (che peraltro amo tanto, eh), ma soprattutto alle donne da lei interpretate in alcuni film.

Lei è Kirsten Dunst e io la amo da quando ho visto Il giardino delle vergini suicide (amato almeno tanto quanto il libro), dove lei interpreta Lux in tutto il suo giovane splendore. Ho amato i suoi vestiti a fiori, quei capelli biondi che sicuramente profumavano di "erba tagliata", quella drammatica inquietudine che la consumava. 




Poi c'è stato Elizabethtown, dove lei è Claire, una dolcissima assistente di volo che fa innamorare Orlando Bloom. Claire è quanto di più lontano ci possa essere da Lux Lisbon, è una tipa allegra, un po' fuori di testa, sorridente, romantica, la perfetta protagonista di una commedia romantica, insomma. 




E vogliamo dire qualcosa di Maria Antonietta? Non ci sono parole, quel film lo rivedrei migliaia di volte ed è soprattutto merito di Kirsten se lo amo così tanto (e di Sofia Coppola che mette lì un paio di Converse, eh). 




Per finire poi con l'incredible Peggy Blumqvist, l'unico motivo per cui ho tenuto duro e ho guardato la seconda stagione di Fargo fino alla fine. Peggy sa farsi amare dalla prima scena, è una fuori di testa vera, apparentemente svagata, crudele senza sembrarlo, una criminale svampita ma con una freddezza impressionante. L'ho amata fortissimo. 



martedì 24 maggio 2016

Leggermente: Giochi di luce

Ogni volta che introduco il Leggermente del mese, ripeto sempre le stesse cose: è un incredibile dono, una bellissima possibilità di scoperta, una pioggia di meraviglia, una porta che si apre su un mondo nuovo. Cosa ci posso fare se ogni volta Elena si supera e scova un libro più bello del precedente? Grazie Elena, come sempre, e buona lettura a tutti voi. 

Ho comprato il libro di questo mese principalmente per la copertina: ci sono dei cespugli, un bambino curioso, una luce che illumina i dettagli e scopre mondi nascosti
What else?
Apriamolo.

Per tutta la prima parte, devo essere sincera, non mi sembrava granché.

Ero in libreria che lo sfogliavo e pensavo: "E quindi?". I disegni sono belli, nulla da dire, l'idea del bianco e nero ovunque tranne che nei coni di luce della torcia, dove spuntano timidi i colori, è geniale, ma non mi pareva sufficiente. Avevo la sensazione che mancasse qualcosa, che non partisse.

E invece, inesorabilmente, è partito.

Verso la metà del libro, al protagonista, un bimbetto sveglio con i capelli a scodella e le galosce ai piedi, succede una cosa. Non svelerò nulla perché l'effetto sorpresa è sicuramente il responsabile principale del mio acquisto felicissimo, ma vi dirò che il punto di vista di ogni pagina è ora, inevitabilmente, capovolto.


Come al solito c'è tutta una questione emotiva ingarbugliata tra i miei pensieri, quando decido di scegliere un libro, in particolare se si tratta di letteratura per l'infanzia. 

Un po' credo dipenda dal fatto che pure io mi sto cimentando nella scrittura di una pubblicazione per bambini (non è una storia ma una raccolta di piccole attività pratiche), un po' sicuramente deriva dal percorso di analisi che faccio ormai da anni e che, gira che ti rigira, torna sempre alla mia infanzia. 

Ritengo quindi che sia molto importante il messaggio di un libro destinato a letture bambine: penso che "la morale" e tutti gli spunti che stanno dietro a disegni, frasi brevi, o, come in questo caso, solo illustrazioni facciano bene non solo ai più piccoli, ma anche e soprattutto agli adulti. 


Giochi di Luce di Lizi Boyd è un vero e proprio manifesto sull'amicizia, o meglio, sui rapporti con l'altro, con il diverso da sé. 

La sua forza sta certo sulla scelta (o non scelta) dei colori, sui buchi nelle pagine che corrispondono sempre a qualcosa, in qualunque modo li si guardi, ma del resto tutto corrisponde sempre a qualcosa, nella vita di ogni giorno. Bello o brutto che sia.

La sua forza, dicevo, sta di certo su queste particolarità, ma non solo: il punto profondo è il ribaltamento, un espediente semplicissimo e molto efficace per ricordarci che è attraverso gli occhi degli altri che, spesso, capiamo meglio noi stessi, vediamo la soluzione, imbocchiamo la via, ci guardiamo davvero.


Non è per nulla scontato, secondo me, trovare un messaggio simile in un libro per bambini, ammesso che questo benedetto messaggio ci sia veramente; non esiste niente di più frequente nella mia vita che trovare risposte dove non ci sono.

Non posso lasciarvi nessuna citazione, questa volta, perché Giochi di luce vive unicamente di illustrazioni, però ho scelto una frase della canzone dei Goldfrapp che apre la recensione di oggi che mi pare calzi a pennello (per non parlare del video eh...).

"Like I'm walking up surrounded by me". 


P.S. Ma i particolari dietro la copertina finale, uguali a quelli dietro alla copertina iniziale, ma questa volta un pochino colorati???

giovedì 19 maggio 2016

Mi arrendo, io non ce la faccio

(foto Brooke Cagle via Unsplash)

Vi ricordate di quando vi avevo parlato di The True Cost? Quel documentario mi aveva davvero colpita, l'avevo guardato due volte e due volte mi ero commossa, quasi fino alle lacrime. Mi ero ripromessa di cambiare i miei comportamenti di acquisto, di essere più consapevole, di mettercela tutta. 

Ecco, io ce l'ho messa (quasi) tutta, ma al momento non ce l'ho fatta. Guardo con grande ammirazione a Gaia Segattini e al suo grandissimo impegno in merito. Mi emoziono leggendo il post di Elena, perché ricordo quando abbiamo affrontato l'argomento insieme e mi piace pensare che i suoi buoni comportamenti siano nati un pochino anche dal mio post. 

Bene, vi ammiro tutte, voi che ce la fate. Io non ci riesco. E mi sento in colpa. E se lo dico a voce alta magari esorcizzo un po' questo cattivo sentimento che ho dentro di me. Perché ragazzi, dio mio, essere una consumatrice consapevole costa una gran fatica e non sempre ce la faccio. 

I miei buoni propositi, in quel post, erano i seguenti: dare via le cose che non uso più, comperare meno, smettere di paragonare tutti i prezzi a quelli di H&M, imparare a cucire, smettere di acquistare d'impulso. E diciamolo, sono in alto mare un po' su tutto. Non ho ancora liberato l'armadio, continuo a ragionare in termini di prezzo, ho smesso di andare a scuola di cucito, anche se spero di riprendere presto. 

Fortunatamente, su alcune cose vado meglio. Sto acquistando molto meno rispetto al passato e, soprattutto, ci penso su cento volte prima di comperare qualcosa. Ma l'altro giorno, presa da un gran bisogno di magliette basiche e canotte lunghe, mi sono rifugiata da H&M. Mi sentivo in colpa come uno che è appena andato dal dietologo e entra in pasticceria a fare scorta di bignè, mi sembrava che tutti mi guardassero e sapessero che io avevo scritto un post in materia, temevo che in qualsiasi momento si accendesse un faro su di me, sbugiardandomi senza pietà. Ma non è successo nulla e alla fine ho trovato quello che mi serviva, esattamente come lo volevo, al prezzo che volevo, senza dover perdere troppo tempo a cercare. 

Perché, diciamolo, dove cavolo le trovate le canotte e le magliette basiche ecologiche, bio e consapevoli? Se lo sapete, ditemelo, ché vivo in provincia e ho vicino solo centri commerciali. 

E poi m'è successa un'altra cosa, da quando ho scritto quel post. Ho smesso di mangiare carne, una decisione intorno alla quale giravo da tempo e che finalmente mi ha messo in pace con me stessa. Ora, il non mangiare carne mi impone la necessità di pormi il problema nel momento in cui acquisto borse, cinture o scarpe. Benissimo, nessun problema. Ma dove le trovo le cose in eco-pelle? Nelle grandi catene, soprattutto. No? 

E poi, se proprio vogliamo essere consapevoli, si apre tutto il capitolo dei cosmetici, perché se sto attenta a cosa mangio, compero nei negozi bio, vado al mercatino dei contadini, coltivo le cose nell'orto, cerco di non comperare cose in pelle, devo stare attenta al benessere di chi produce le cose che indosso, non devo far male al pianeta, beh, se sto attenta a tutto questo, non posso mica usare prodotti chimici per il mio viso e il mio corpo. Anche se con quei prodotti il mio corpo pare proprio trovarsi bene, eh. 

Bene, ecco tutto questo per dire che, se voi ci riuscite, vi prego fatemi sapere come fate. Io mi arrendo. Il senso di colpa mi uccide, ma lo sfinimento di più