giovedì 17 aprile 2014

I miei luoghi oscuri - James Ellroy


Questo è il libro che ha dato inizio al Project 10 books, sul quale vi ho annoiati a morte tempo fa (a volte mi chiedo come sia possibile che continuiate a leggermi). Ho deciso di partire da questo libro perché è quello che mi porto dietro da più tempo, tanto da avere le pagine ingiallite (sono rimasta a bocca aperta quando me ne sono accorta!). Questo libro ha vissuto per un po' sugli scaffali nella mia cameretta a casa di mamma e papà, s'è fatto un giro in uno scatolone, si è sistemato per bene in un ripiano della Billy bianca nella mia prima casa in solitaria, è tornato nel buio di uno scatolone per finire su un altro ripiano della stessa Billy, a cui nel frattempo sono stati aggiunti moduli complementari, nella casa dove vivo ora con mio marito. Tutto questo senza che io lo sfogliassi nemmeno una volta. Chissà perché poi. E chissà perché lo avevo scelto, nel lontano 1997 (mio Dio, non ho parole). Di Ellroy posseggo anche Sei pezzi da mille, altro libro acquistato - regalato, forse - e mai letto. Come già detto, chissà perché. Non c'è spiegazione. Comunque, alla fine è arrivato il Project 10 Books e mi sono decisa ad aprire questo libro.

Che dire, a volte i libri non si aprono perché in fondo non si è convinti. Li si è acquistati sull'onda dell'entusiasmo del momento, qualcuno ce li ha regalati, sono finiti in casa nostra per motivi oscuri, ne abbiamo letto meraviglie su qualche fighissima rivista letteraria, ma poi...non arriva mai il momento di allungare la mano e sceglierli, tra i tanti in fila nella libreria. A volte poi, quando li si inizia, ci si chiede come si è potuto vivere senza averli letti. Altre volte, la scarsa convinzione iniziale trova conferma nella lettura. Altre volte ancora, si legge il libro, lo si chiude e non si sa bene cosa ne rimanga. E questo è proprio il caso di questo romanzo di Ellroy. Come già mi è successo con altri scrittori americani, si alternano momenti di genialità ad altri di noia pura. Ci dev'essere qualcosa che non va in me, un certo modo di scrivere proprio mi annoia. E quindi ho esercitato il diritto di saltare un po' di pagine. Quelle che mi hanno preso, però, mi hanno preso fino in fondo. Alcune parti mi hanno sconvolta, lasciata senza parole, probabilmente anche a bocca aperta, nel silenzio della mia camera da letto.

Dentro questo libro c'è tutta l'infanzia e l'adolescenza dello scrittore, segnate in maniera indelebile da un episodio estremamente doloroso: la morte della madre, violentata e uccisa da uno sconosciuto nell'estate 1958. Ma quello che mi ha sconvolta non è certo questo fatto, raccontato con una precisione quasi documentaristica. No, la cosa che più mi ha lasciata senza parole è la cruda sincerità con cui Ellroy racconta la sua vita a partire da quel momento. Una discesa senza fine fatta di alcool, droga, povertà, sporcizia, il tutto descritto con una lucidità e un'indifferenza tali da colpire al cuore. Un bambino che non ha sofferto per la morte della madre, che ha gioito del vivere nel degrado insieme al padre, che ha cercato di annullarsi nelle maniere più estreme, il tutto, ripeto, raccontato apertamente, senza nessun pudore verso se stesso, senza edulcorare né tralasciare anche gli episodi più estremi. 

Così facendo, sembra quasi che lo scrittore voglia punirsi per non aver saputo amare la propria madre e, in una sorta di percorso di espiazione, torna a investigare sul suo omicidio, mai risolto. Peccato che tutta questa parte di investigazione sia una lunga, eterna lista di fatti, nomi, dettagli irrilevanti. Verbali di polizia, interrogatori, altri nomi, collegamenti ad altri fatti, delitti insoluti, in un continuo, serrato elenco. Mi dispiace, James, non ce l'ho proprio fatta a leggere tutto. Mi sento in colpa, credo di essere una pessima lettrice, ma era davvero troppo. Non ce l'ho fatta a reggere e ho evitato intere pagine...ma se ve la sentite di provare, questo libro è un'avventura davvero interessante. 

martedì 15 aprile 2014

Eve Arnold - Retrospettiva a Palazzo Madama

Credo sia doveroso aprire questo post con un'ammissione di ignoranza. Enorme ignoranza. Quasi me ne vergogno, ma che vi devo dire, prima di leggere della mostra a Palazzo Madama, io non avevo la minima idea di chi fosse Eve Arnold. Mai sentita nominare, buio totale. Ma proprio perché le mostre sono un ottimo modo per colmare le proprie lacune, sono corsa a Torino con l'entusiasmo che riservo sempre per le mostre fotografiche e la voglia di imparare qualcosa di nuovo.


Quando, all'ingresso della mostra, ho letto la biografia di Eve Arnold, sono arrossita all'idea di non sapere chi fosse quella grande fotografa. La prima donna a entrare a far parte dell'agenzia Magnum, una fotografa che ha saputo conquistare la fiducia delle grandi dive del cinema ma anche di donne semplici nelle campagne cinesi o nelle remote lande dell'Afghanistan. La fotografa ammessa a riprendere le riunioni delle Pantere Nere di Malcolm X e segreti riti voodoo a Haiti. Una donna che ha lottato tutta la vita per essere considerata unicamente un fotografo e non una donna fotografa. Una donna che ha saputo fotografare le donne con una sincerità e una profondità che colpiscono al cuore.


La mostra racconta il lavoro di Eve Arnold, dividendolo quasi equamente tra i ritratti di persone famose e i reportage di viaggio in terre lontane. L'esposizione si apre con gli scatti di moda ad Harlem, dove la fotografa è l'unica bianca in un ambiente di neri, continua con il reportage sulle riunioni delle Pantere Nere, uno dei suoi lavori più complessi e rischiosi, passa alle foto dei riti voodoo di Haiti e alla dolcissima sequenza della nascita di un bambino, lavoro vissuto dalla fotografa come una sorta di catarsi per il dolore provato a seguito di un aborto. Poi si gira l'angolo e arrivano le dive


Prima Marlene Dietrich, con la quale la fotografa ha un inizio burrascoso perché la diva si infuria per il fatto che Eve ha osato mostrare le sue foto a Vogue senza la sua approvazione, salvo poi chiedere alla Arnold di diventare la sua fotografa personale. Poi Joan Crawford, l'ultima delle "api regine", descritta dalle parole della fotografa in tutta la sua crudeltà, una diva che ha adottato i figli sono perché "stavano bene con lei in foto" e che decide di farsi ritrarre in momenti privati, come il trucco, le sedute di massaggi, i momenti dal parrucchiere, per dimostrare la sua devozione nei confronti del pubblico. E infine Marylin. Dolce, fragile, triste Marylin. La bellissima donna che a 34 anni si sente esausta e si chiede fin dove possa arrivare, la diva che chiede costantemente conferme sul proprio aspetto, l'attrice oppressa dalla pesantezza di una realtà che non riesce a sopportare. E, se nelle foto della Dietrich e della Crawford viene fuori tutta la loro durezza e alterigia, gli scatti di Marylin sono pieni di dolcezza. Lo sguardo della fotografa sa cogliere il dolore di una donna indifesa e piena di tristezza


Dopo le grandi dive, si gira ancora l'angolo e si è catapultati in un mondo completamente opposto. Dal mondo patinato di Hollywood, ci si sposta alle campagne indiane, alle lande polverose dell'Afghanistan, ai villaggi remoti della Cina. Anche in queste terre lontane Eve si dedica a fotografare le donne, con lo stesso sguardo attento e partecipe usato per le dive del cinema. Eve sa cogliere la bellezza di due occhi nascosti da un velo, uno sguardo che si intravede appena dietro al burka, il viso solcato di rughe di una contadina, i volti pieni di partecipazione delle donne a un comizio di Indira Gandhi. E sta proprio qui, secondo me, la grandezza di Eve Arnold: la capacità di ritrarre le donne, siano essere bellissime dive o donne comuni, con grande intensità e partecipazione, cercando di capirle, di mettersi nei loro panni, di adottare il loro punto di vista. Come solo una grande donna è in grado di fare. 

giovedì 10 aprile 2014

Wishlist del venerdì

Buongiorno, amici miei. Chi l'avrebbe mai detto, anche questa settimana è finita. Oggi è venerdì, possiamo cominciare a fare piani per il weekend, decidere cosa fare sabato sera, organizzare una gitarella per domenica. Ma mi raccomando, tutto questo DOPO aver letto la wishlist del venerdì. Non si inizia un fine settimana in maniera adeguata senza farlo, eh.

1. Carissimi, quando ho visto questa cosa sono IMPAZZITA e, se vi conosco bene, credo che impazzirete anche voi. Allora, in questi mesi di frequentazioni, mi sembra di aver capito che siamo tutti un po' nostalgici degli anni '80. Chi c'era li guarda con nostalgia, chi non c'era avrebbe voluto esserci perché c'era della musica fighissima, il fluo e al cinema c'erano i Goonies (certo, ho riferimenti cinematografici molto intellettuali). E poi cosa c'era all'epoca? Cosa vi manca tantissimo? Le musicassette. Sì, dai, le cassettine fatte in casa e registrate per gli amici. Dai, lo so che le rimpiangete. Bene, guardate qui, una chiave USB fatta a musicassetta. Su cui si può scrivere. Con la custodia. No, dico, non la vorreste avere subito? Io sì. Adesso. 



2. Quando sono andata a vivere da sola e ho cominciato ad acquistare cose per la casa, avevo una grandissima passione per il bianco. Muri bianchi, divano bianco, libreria bianca, piatti bianchi, tazze bianche, e così via. Detto così, può sembrare che casa mia fosse una sorta di clinica, ma no, miei cari, perché il bianco diventa la base per un carnevale di colori: i muri si vestono con i quadri multicolore, sul divano si gettano montagne di cuscini, la libreria si riempie di libri con i loro dorsi colorati e i piatti si posano su tovaglie inondate di fiori. Ultimamente, però, vorrei acquistare dei piatti nuovi e li vorrei coloratissimi, proprio come quelli qui sotto. Che poi mica ci puoi mangiare su piatti belli così, però. 



3. Per chiudere, un vestito. Come sempre succede, la primavera porta con sé voglia di leggerezza. Via i maglioni, via le calze, via il piumino. E si comincia con l'infinita voglia di sole, tepore e vestitini leggeri. Io sono da tempo alla ricerca del vestito perfetto, che continuo a non trovare perché il mio budget non coincide mai con i miei gusti. Il mio vestito perfetto sarebbe un po' come quello di questa foto, che tra l'altro è stata presa su Flickr, quindi nulla si sa della sua provenienza. E il fatto che non potrò farlo mio lo rende ancora più bello, mannaggia.

(foto Strawberrykoi su Flickr) 

mercoledì 9 aprile 2014

The Future of Storytelling


Sono più che sicura che il 2014, qui a casa di Cindy, verrà ricordato come l'anno dei corsi online. Mi sono iscritta a corsi di ogni tipo, dalla storia della musica dei Beatles all'arte di Andy Warhol, dalle basi di Scienza della Comunicazione a English Composition I. E a molti altri, ve lo confesso. Spero solo che la quotidianità non mi risucchi e mi permetta di seguirli. Sarebbe davvero un peccato. Là fuori c'è così tanto da imparare, così tante ispirazioni, così tanta bellezza che mi pare un delitto doversi dedicare ad altro (certo, bisogna mangiare, ma non sarebbe bellissimo essere ricche ereditiere e passare il tempo a fare solo quello che si desidera? Poco stimolante? Sì, sì, parliamone). 

Il primo corso a cui mi sono iscritta, ancora lo scorso anno, è stato The Future of Storytelling, un corso dedicato alle forme e alle modalità di storytelling, in letteratura, cinema, televisione e altri campi. Il corso è tenuto dalla Facoltà di Applied Sciences di Potsdam, sulla piattaforma Iversity ed è realizzato in modalità MOOC, ossia aperta a tutti. Si trattava di un corso gratuito, erogato unicamente via web, che ha coinvolto migliaia di persone. Io ho seguito la prima unità di lezioni, mi sono entusiasmata alla vista della quantità di materiale messo a disposizione e dell'enorme mole di lavoro condivisa gratuitamente, poi sono stata travolta da una montagna di traduzioni da fare e me ne sono scordata.

Nel frattempo il corso è andato avanti ed è finito. Le lezioni sono ancora presenti online e piano piano me le sono riguardate, saltellando qua e là tra le unità, cercando di convincermi ad abbandonare il corso senza troppi rimpianti. Ma il materiale è talmente tanto, i contributi di docenti e studenti sono così interessanti che non posso proprio lasciarmelo scappare. E quindi ho ricominciato, con la ferma intenzione di condividere i compiti qui, con voi, come se ve li stessi raccontando davanti a una tazza di tè. Io lo prendo come uno stimolo ad andare avanti nel corso, voi abbiate pazienza. Se cliccate in alto a destra e chiudete il blog, giuro che non mi offendo. Basta che ritorniate, eh. Vi prego. Dai, non fate scherzi. Promesso, eh?

lunedì 7 aprile 2014

Tea for Two

Daria Pop è reduce da un epico dj set in discoteca e qui si sente tutto. Dentro c'è tanta voglia di ballare, di musica sparata in cuffia, di bassi che ti sconvolgono lo stomaco. Ma - e qui sta il bello - c'è anche il suo infinito amore di zia, che rende tutto più romantico. Può esistere un mix più potente? 

Il dj, per me, è come un tatuatore. Se gli chiedono un disegno che lui mai e poi mai si tatuerebbe, lo deve fare comunque e lo deve fare al meglio. 
Il modo in cui un dj usa la consolle quando è nella sua cameretta, però, è affar suo.

Questo per dire che se devo fare una serata commerciale o revival, la faccio e mi diverto anche, perché mi diverte far divertire la gente.
Ma vi devo fare una confessione. Dopo aver ascoltato tanta musica, cercando sempre di allargare lo sguardo verso roba meno conosciuta, mi è esplosa la passione per il dubstep e, udite udite, per la house (il big beat c’è sempre stato e il primo amore nell’elettronica non si scorda mai).

Ieri arriva mio nipote e mi dice “zia ti ho portato un po’ di roba da sentire”.
I nostri pomeriggi volano con lui su youtube che mi spara pezzi tiratissimi uno dietro l’altro e io seduta di fianco a lui che prendo appunti.
E ogni volta è uno stupore, una meraviglia.
Mi rendo conto che là fuori c’è un mondo incredibile, fatto di musica e dj di cui nemmeno conosco il nome, ma che macinano un numero di visualizzazioni su youtube che neanche Pharrell, per dire.

Il nipote, col suo sguardo da diciottenne preso bene, mi dice “senti questo, zia, questo dj ha un anno in meno di me”.


Questo pezzo è entrato nella top ten di dieci paesi. Nel Regno Unito e in Belgio (patria di Tomorrowland) è arrivato al primo posto. Su youtube, per dire, ha raggiunto quasi 207 milioni di visualizzazioni.
207 MILIONI
Stiamo parlando di house, di Martin Garrix, è questo che mi ha colpito. Non è Pharrell, che tutti abbiamo canticchiato e ballato, non è il suo singolo Happy che ha 164 milioni di visualizzazioni. 
Neppure Get Lucky dei Daft Punk è arrivata a tanto.
Non sto facendo discorsi di qualità, sia chiaro. Sto solo dicendo che c’è un mondo incredibile là fuori.

Mentre rincorro questi pensieri, mio nipote fa partire questo pezzo e si alza in piedi a ballare dicendo “ascolta bene che a un certo punto parte un pezzo che conosci”:


E se la ride quando al minuto 1:43 parte Work It di Missy Elliott.
Ti ricordi zia? Me lo avevi passato tu, qualche anno fa”. 
Il nipote aveva apprezzato. La zia gongola. Queste sì che son soddisfazioni.

venerdì 4 aprile 2014

Wishlist degli ospiti: Stefania

Buongiorno e buon venerdì. È con una gioia immensa che vi presento la wishlist di Stefania, una delle persone più belle del mondo. Stefania fa la traduttrice di manga, ha un blog e collabora con il marito alla realizzazione di video meravigliosiLa Stefy la seguo in silenzio (te l'ho mai detto, cara?) da tanti anni. Ricordo di essere arrivata a lei tramite Elena di Comida de Mama (il blog che leggo da più tempo in assoluto) e di essermi subito innamorata del suo modo di raccontarsi. Stefania è una persona bella (l'ho già detto, vero?), gentile, sorridente ed è una di quelle persone con cui ho un'incredibile sintonia.  Lo so, è buffo dirlo trattandosi di una conoscenza "virtuale", ma giuro che è così. Insomma, le voglio un gran bene (del resto si è sposata su un pullmino Volkwagen, come posso non amarla alla follia?) e sono felice che abbia deciso di scrivere questa wishlist per me e per voi. Una lista dei desideri allegra, appassionata, piena d'amore per il Giappone, il perfetto ritratto di Stefania. 

1. Una festa in cui si balla.
Nel 2013 sono stata a 17 matrimoni. Non come invitata, ma come assistente del marito G, videomaker. 
In quasi tutti, alla fine del ricevimento, si ballava. Ma non quelle cose squallide stile tastierista con le basi e zie di secondo grado che richiedono “Io non so parlar d’amore” di Celentano. No. Parlo di musica dal vivo con gruppi cool che fanno cover anni ’50, DJ dalle playlist fichissime, un flash mob danzante con questa canzone irresistibile e pure una band indie UK. 


E ballavano tutti, con entusiasmo, giovani e meno giovani. 
Io a quel punto della giornata solitamente sono distrutta, ma appena parte la musica resuscito. Non riesco a stare ferma, vorrei buttarmi nella mischia e… dance my ass off* (si può dire “ass” a casa di Cindy?). Ma il marito dice che non è professionale, ehm.
Al mio matrimonio non si è ballato (in compenso, lo sposo ha suonato la chitarra e cantato). Un po’ perché era pomeriggio, un po’ perché non avrebbe ballato quasi nessuno. E allora sogno una festa con la musica che piace a me e tutti i miei amici, improvvisamente trasformati in persone che ballano. 
Voi ballate? Se volete vi invito.

*disclaimer - Non che sia brava a ballare, eh, anzi. Ma mi diverto e quello basta e avanza.

2Questa teiera, che sto rincorrendo da un po’. 


E’ di un designer giapponese, Noda Horo. L’estate scorsa in Giappone l’ho intravista in un paio di negozi di casalinghi, ma ero lì per lavoro e il poco spazio libero in valigia me l’ero già ipotecato per un maialino incensiere altro oggetto culto della mia wish list personale.


Qualche mese dopo ho messo su l’acqua per la tisana nel mini bollitore giallo di casa, sono andata di là a vagare su internet, ho perso la cognizione del tempo e quando sono tornata in cucina il bollitore era desolatamente vuoto e bruciato. Breve fase di lutto e poi: ho la scusa per cercare quella teiera on-line! La trovo su un (bellissimo) sito in francese che da solo meriterebbe un’apposita wish list.
E' in offerta, del colore marrone scuro che volevo. Tergiverso come al solito. Torno e non solo non è più in offerta: non è proprio più in stock. Sigh.
A metà aprile tornerò in Giappone e vedremo se sarà la volta buona.

PS: nel cercare immagini per la lista, ho scoperto che ne esiste anche una versione gattofila

3Nella mia testa (e pure scritta su un foglietto, da qualche parte) ho una wish list tutta per i viaggi. 
E a volte mi imbatto in cose che mi fanno venir voglia di partire: cos’è che fa più viaggio di uno zaino in spalla? 
Io mi sono innamorata di questi dall'aria vintage, con lo stemma della volpina, nati negli anni settanta come zainetti ergonomici per la scuola.




Okay, ho da poco comperato un trolley fucsia (la scusa è che si distingue meglio sul rullo dell'aeroporto), ma che c’entra, quello fa da bagaglio a mano per i voli low cost. Lo zaino invece è per l’avventura! 
L’Eastpack nero dell’università ormai è consumato. E sul sito dei Kanken c’è scritto “free international shipping”. Se solo riuscissi a decidermi sul colore…

4E per finire, qualcosa che c’entra sempre con i viaggi e con il mio paese preferito, ma che servirebbe a decorare il mio nuovo home office: una stampa delle Tanner Airlines, dell’illustratore Eric Tan.  Io scelgo quella di Tokyo, ma ce ne sono per tutti i gusti! 

mercoledì 2 aprile 2014

Le cose belle del mese: Marzo (Roma special edition)


Miei cari, marzo è morto e sepolto e ci siamo già tuffati in uno scintillante mese d'aprile. Abbiamo guadagnato un'ora di sole, ci sono meravigliosi profumi nell'aria e le giornate davanti a noi sono una promessa di luce e tepore. Devo però rendere omaggio a marzo, che è stato un mese gentile e mi ha regalato tante cose belle. Ce ne sono state tante davvero, ma la più bella di tutte è stata sicuramente Roma. Tre giorni nella capitale, tre giorni di cibo, camminate, un po' di pioggia, tanto da vedere, tanto da fare. Le mie cose belle del mese non possono che essere dedicate tutte a lei. 

La pizza di Bonci
La gita a Roma, nelle mie intenzioni, doveva essere una gita culturale e gastronomica. Avevo un elenco di posti da visitare, poi - come spesso mi capita - il mio stomaco si riempie in fretta e non riesco a mangiare tutto quello che vorrei (ma come fanno quei blogger che scrivono di colazioni, pranzi e cene da urlo, tutto nel giro di un fine settimana? Dio, che invidia). Comunque, sapendo già di questo mio problema, mi sono organizzata e sono andata da Bonci il primo giorno. Non volevo perdermi la sua pizza per nulla al mondo. Volevo capire perché fosse così celebrata. Cosa la rendesse così speciale. Beh, la perfezione, credo. Ho mangiato la pizza al taglio migliore che abbia mai assaggiato. Una pasta favolosa, profumata, croccante, una di quelle cose così buone che ti fanno commuovere (col cibo mi capita, giuro). Gli ingredienti sono ottimi e gli abbinamenti sorprendenti. E una menzione speciale va al ragazzo dietro al banco che, non essendoci cartelli con gli ingredienti, ripete a ognuno i vari tipi di pizza (ce ne saranno una decina almeno), sempre con il sorriso sulle labbra. La gentilezza mi conquista, che vi devo dire.  

Riccio Capriccio
Ho conosciuto Riccio Capriccio grazie a Facebook, che nella sua infinità complessità ha il grande merito di farti scoprire posti nuovi, lontani da te, che mai avresti potuto conoscere altrimenti. Riccio Capriccio ha catturato la mia attenzione con la presentazione di un libro. Dei parrucchieri che presentano un libro? Figo. Sapete quanto io ami i libri, chiunque "ne incoraggi l'uso" ha la mia ammirazione incontrastata. Da lì ho cominciato a seguirli e ho scoperto un mondo bellissimo, fatto di attenzione all'ambiente, al sociale e alla cultura, un modo di raccontarsi a 360 gradi davvero inusuale, per un salone di parrucchieri. Insomma, mi hanno conquistata e dovete immaginare il mio entusiasmo quando la mia adorata Tamara, che cura la loro comunicazione, mi ha proposto di passare da loro per una piega. Ho accettato di corsa e ho passato un'ora a farmi coccolare i capelli, scoprendo i prodotti della Davines, organici ed eco-sostenibili e gentili con i miei capelli stressati, e facendomi un sacco di risate. Entrare da Riccio Capriccio è un po' come entrare nel salotto di un'amica, dove si va per farsi due chiacchiere e tirarsi su il morale, con l'unica differenza che se ne esce con una testa da favola (e con un sacchetto di prodotti Davines, che ho già sperimentato a casa e sembrano funzionare alla grande. Il balsamo che mi è stato consigliato potrebbe cambiarmi la vita, vi avviso).

I carciofi alla giudia
Come detto sopra, il cibo era uno degli obiettivi del viaggio e i carciofi alla giudia erano in cima alla lista. Li ho assaggiati per la prima volta la scorsa estate (fuori stagione, lo so, perdonatemi) e mi hanno folgorata. Innamorata persa, bum. Quest'anno volevo fare il bis e, non soddisfatta da quelli mangiati la prima sera, sono stata costretta a fare il tris (ecco, da lì il mio stomaco ha cominciato a innervosirsi), alla disperata ricerca del carciofo perfetto. Non so se sia quello perfetto, ma ne ho trovato uno meraviglioso da Ba'Ghetto, nel cuore del Ghetto Ebraico, che rimane la mia zona preferita di tutta Roma. 


B&B Pettinary Village
Prima di andare a Roma, lo scorso anno (lo sapete che non ero mai stata a Roma prima, vero?), pensavo che dormire nella capitale fosse estremamente costoso e di scarsa qualità. Era un'idea che mi ero fatta a seguito di racconti di amici, letture in rete e altre dicerie varie, colte in giro qua e là. Bene, sono stata a Roma solo due volte nella mia vita, e in entrambe in casi mi sono trovata benissimo. L'estate scorsa ho soggiornato in un B&B in zona Termini, scelto per la sua estrema economicità (ero con un'amica e il budget era un elemento importante), quest'anno volevo ritornare ma era pieno e quindi mi sono decisa a cercare altrove. Come faccio sempre, ho aperto Booking e ho cominciato a dare un'occhiata. Facendo scorrere le mille proposte, ho trovato questo B&B. Su Booking non aveva ancora recensioni, ma ho deciso di fidarmi perché mi sembrava un gran bel posto, a una cifra davvero ragionevole, per giunta. Beh, ho fatto bene a fidarmi perché il Pettinary Village è proprio il gran bel posto che sembra dal sito. Noi eravamo nella cosiddetta suite, una sorta di appartamentino indipendente, dotato di ogni comodità e arredato con gran cura. La proprietaria è gentilissima, ci ha fatto trovare tulipani freschi nella stanza, i cioccolatini sul comodino e due ombrellini da usare per la pioggia. Che la gentilezza mi conquista ve l'ho già detto, vero? 

Frida Kahlo
Ho fatto tutti questi chilometri solo per lei. L'ho ritrovata dopo tanto tempo. C'è bisogno di un post apposito, le parole da dire sono davvero troppe.

Insomma, nonostante la pioggia e il cielo grigio, Roma mi ha conquistata anche questa volta. Ogni angolo è una magia, ogni panorama è un tuffo al cuore, ogni monumento ti fa rischiare la sindrome di Stendhal. Tanta bellezza fa dimenticare il traffico, i mezzi pieni di gente, il rumore. Roma è magica e mi dispiace solo averlo scoperto così tardi. Ma conto di recuperare!